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Le disabilità intellettuali nel braccio della morte: il caso Montgomery

Numerosi carcerati nel braccio della morte soffrono di gravi disturbi mentali, derivanti da abusi e violenze. Ma negli Stati Uniti non è sempre abbastanza per evitare la pena capitale.

Nonostante i numerosi appelli alla sospensione e una perizia psichiatrica in extremis, il 13 gennaio 2021 Lisa Montgomery è stata giustiziata tramite iniezione letale nel carcere di Terre Haute, in Indiana.

La condanna di Montgomery (con un verdetto unanime) era arrivata nell’ottobre 2007, in un tribunale federale del Missouri. A determinarla, era stato un delitto brutale: nel 2004, la donna aveva strangolato Bobbie Jo Stinnet, una ventinovenne incinta, per poi tagliarle il ventre e rapire la neonata – la quale è sopravvissuta. 

I suoi ultimi avvocati Kelley Henry, Amy Harwell e Lisa Nouri hanno tentato il tutto e per tutto per evitare la pena capitale, inviando una petizione alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, sostenendo che il processo di Montgomery non avesse rispettato gli standard minimi di equità e quindi avesse violato il diritto internazionale. Inoltre, secondo gli avvocati lo stesso governo degli Stati Uniti avrebbe qualche colpa per il crimine commesso da Lisa, dato il definitivo fallimento nella protezione della donna da gravi abusi su minori e violenze sessuali.

Dietro il crimine, si dispiega infatti una lunga vita di abusi e disagi psichici, che hanno condizionato lo sviluppo e le azioni della donna.

Montgomery soffriva di disturbo bipolare, epilessia del lobo temporale, disturbo complesso da stress post-traumatico, disturbo dissociativo, psicosi, lesioni cerebrali traumatiche e molto probabilmente anche di sindrome alcolica fetale (una disabilità permanente che si manifesta nel feto esposto, durante la vita intrauterina, all'alcol consumato dalla madre durante la gravidanza).

La sua stessa famiglia ha una storia pregressa di disturbi mentali, tra cui schizofrenia, disturbo bipolare e depressione.

Secondo i documenti del tribunale e le indagini, la donna è stata maltrattata dalla madre in modi estremi e sadici, tramite violenze fisiche e psicologiche. A questo quadro, si aggiungono poi i frequenti e regolari abusi sessuali da parte del padrigno e altri uomini, sia singolarmente che in gruppo.

A ulteriore testimonianza dello stato mentale di Montgomery, ci sono alcune sue dichiarazioni dei mesi precedenti l’omicidio: la donna ripeteva di essere incinta, senza rendersi conto dell’impossibilità del fatto, dal momento che venne sottoposta a sterilizzazione (forzata) dopo la nascita del quarto figlio.

Nonostante la crudezza dei fatti, la storia di Lisa e il suo finale non sono però diversi da quelli di molti altri carcerati nel braccio della morte. Storie dolorose, che hanno spesso in comune i disturbi psichici e l’abbandono: da parte dei servizi sociali, del sistema educativo, delle forze dell’ordine, del sistema sanitario, delle persone che avrebbero in teoria dovuto assicurare protezione e giustizia di fronte ad abusi e violenze.

I ricercatori del Death Penalty Information Center - un'organizzazione no profit che studia la pena capitale – hanno scoperto che tra gli uomini e le donne giustiziate negli USA più di un terzo aveva subito una lesione cerebrale o presentava una disabilità intellettuale, mentre a quasi due su cinque era stata diagnosticata un grave disturbo mentale; quasi due terzi avevano subito un pesante trauma infantile.

Circostanze confermate anche dallo studio ““Deadly Justice: A Statistical Portrait of the Death Penalty” della University of North Carolina, dove gli autori sostengono che il 43% delle persone giustiziate nel corso del ventunesimo secolo ha ricevuto una diagnosi di disturbo mentale – una percentuale più che doppia rispetto alla popolazione generale, la cui percentuale si ferma al 18%.

Tra i giustiziati le diagnosi più comuni sono disturbi della personalità e depressione, ma anche disturbi seri come la schizofrenia, disturbo da stress post traumatico e disturbo bipolare hanno percentuali significativamente più alte rispetto alla popolazione generale.

Anche le percentuali di traumi infantili – ulteriore fattore di rischio per i disturbi mentali – risultano vistosamente più alte tra i giustiziati che tra la popolazione generale. Il Dipartimento della Salute americana stima che circa il 10% dei bambini americani vengono abusati o trascurati, ma questa percentuale sale al 40% tra le persone giustiziate.

E ancora, una ricerca dell'American Psychological Association ha scoperto che "forme gravi e multiple di abuso erano endemiche” in un campione di 43 detenuti nel braccio della morte. Quarantuno di loro hanno riferito di aver subito abusi fisici da bambini e l'80% del gruppo è stato testimone di violenza; tutti hanno detto di essere stati trascurati e quasi tutti provenivano da famiglie con problemi di abuso di sostanze.

Questa forte correlazione è stata notata anche da un paper del National Institute of Justice, che sottolinea come i bambini sottoposti a violenza fisica, violenza sessuale o negligenza hanno maggiori probabilità di commettere reati delinquenziali e di commettere crimini violenti da adulti. E lo stesso affermano le statistiche dei Centers for Disease Control and Prevention (un importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti) in cui si riscontra che i traumi dell’infanzia hanno effetti a lungo termine che includono maggiore probabilità di sviluppare disturbi di neurosviluppo, deterioramento cognitivo, disturbo mentale, e diventare autore o vittima di violenza.

“Le persone che vengono giustiziate tendono a non essere le peggiori tra i peggiori trasgressori, ma le più vulnerabili.” afferma Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center “Sono gravemente malati di mente, cerebralmente danneggiati, intellettualmente disabili o cronicamente abusati, o una combinazione di questi fattori.”

Trascorsi del genere non presuppongono che ai crimini commessi da questi individui non vada corrisposta una sentenza carceraria: è la pena di morte a essere (ulteriormente) discutibile quando si parla di disabilità intellettuali.

Gli standard internazionali sono piuttosto chiari rispetto a questo punto.

Secondo l’articolo 3 della risoluzione 1984/50 del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, infatti, “Persons below 18 years of age at the time of the commission of the crime shall not be sentenced to death, nor shall the death sentence be carried out on pregnant women, or on new mothers, or on persons who have become insane.”

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, però, il discorso è più fumoso.

Il 20 giugno 2002, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito nella causa Atkins v. Virginia che l'esecuzione di persone con disabilità intellettiva viola il divieto dell'Ottavo Emendamento contro punizioni crudeli e inusuali (annullando così la sentenza Penry v. Lynaugh del 1989).

Questo non significa che le esecuzioni sono sospese. Semplicemente gli stati che hanno la pena di morte sono obbligati a elaborare singolarmente procedure per garantire che le persone con disabilità intellettiva non vengano giustiziate. Ma non è un compito facile.

Le disabilità intellettuali vengono descritte dall’American Association on Mental Retardation come "significativamente sotto la media del funzionamento intellettuale generale”. Tra i fattori presi in considerazione affinché una persona possa rientrare nella categoria ci sono il quoziente intellettivo (di solito quando inferiore a 70), le difficoltà nell’affrontare la vita di tutti i giorni, la manifestazione di deficit tali prima dell’età adulta.

Il problema è che questi sono spesso di difficile definizione nell’ambito di un processo. Ad esempio, alcuni stati hanno definito le disabilità intellettuali con un numero fisso di QI, anche se gli esperti concordano sul fatto che questi numeri da soli non determinano molto.  Secondo la legge dell'Idaho, qualcuno con un QI di 71 potrebbe essere giustiziato, anche se qualificato come disabile intellettuale. 

I pubblici ministeri e gli avvocati della difesa si scontrano quindi in tribunale per stabilire quando e come avviene questa “certificazione”, senza contare i casi dove tale condizione non viene nemmeno presentata alla giuria durante il procedimento penale.

Il caso Montgomery ne è un esempio: la giuria non ha mai visto la risonanza magnetica del cervello della donna, che mostrava una perdita di tessuto nel lobo parietale e nelle strutture limbiche, e ventricoli più grandi del normale, che indicano un danno cerebrale. Nemmeno le scansioni PET sono state visionate, eppure mostravano anomalie del metabolismo cerebrale, indicative di disfunzioni cerebrali.

Anche se ci sono diversi gradi di disabilità intellettive, in tutti i casi questa condizione comporta gravi limitazioni alla capacità di intendere le conseguenze e la gravità delle proprie azioni e di esercitare un controllo maturo sul proprio comportamento. Un trasgressore con un grave disagio mentale non dovrebbe essere inserito nella categoria dei trasgressori più colpevoli, per i quali la pena di morte è apparentemente riservata, ma dovrebbe piuttosto essere seguito e per quanto possibile trattato.

Come ha infatti dichiarato al Guardian Sandra Babcock – fondatrice e direttrice del Cornell Center on the Death Penalty Worldwide e consulente del team legale di Montgomery – Lisa (come molti altri giustiziati statunitensi) «non è la peggiore tra i peggiori assassini. È la più distrutta tra le persone distrutte».

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