Lo stereotipo nello stereotipo: il privilegio dell’uomo (gay) bianco
Stonewall è un film di Roland Emmerlich che racconta la nascita del movimento di emancipazione del popolo LGBTQ+. La pellicola pone molta enfasi (a partire dal titolo) sulla notte del 27 giugno 1969, durante la quale iniziarono i violenti scontri della comunità LGBTQ+ newyorkese con i poliziotti, dopo una retata allo Stonewall Inn. Un episodio fondamentale, culturalmente e non solo, che vide protagonisti e protagoniste di qualsiasi etnia, ma che Emmerlich descrive nel modo sbagliato.
Piuttosto che concentrarsi sulla varietà di individui presenti ai moti di quella notte, il regista crea il personaggio di Danny, un gay bianco e cisgenere che nel film getta il primo mattone contro la polizia dando avvio alle rivolte. Nella realtà, sebbene ci fossero sicuramente persone bianche coinvolte, furono la drag queen Marsha P. Johnson e la transgender Sylvia Rivera a guidare le proteste, e fu proprio quest’ultima a lanciare la prima bottiglia addosso ai poliziotti.
Pur trattandosi “solo” di un film, rendere centrale il personaggio di un uomo bianco cisgender non è che l’ennesimo – in questo particolare caso, eclatante – tentativo di appiattire la varietà culturale della comunità LGBTQ+ trasformandone i diversi volti in uno solo: bianco, giovane e curato.
Tale revisionismo non è però solo una caratteristica peculiare di Hollywood, e per rendersene conto basta guardare come brand e governi identificano la comunità LGBTQ+. Le realtà che scelgono di perseguire la strada giusta dell’inclusività, incappano quasi sempre nella rappresentazione di uno stereotipo, che è appunto quello dell’omosessuale di sesso maschile, senza figli e con un lavoro nell’ambito creativo in grado di garantire alta disponibilità economica. Ma una parte fondamentale della questione è che la comunità LGBTQ è incredibilmente diversificata. Ad essere esclusi, nel quotidiano, sono le coppie omosessuali con bambini, le lesbiche, i bisessuali, gli omosessuali poveri e immigrati o in asilo politico, e soprattutto i transgender e gli individui di etnia diversa da quella caucasica. Il termine più tecnico per indicare questo processo è whitewashing, ovvero la pratica generale di “sbiancare” dei personaggi all’interno di media e pubblicità. All’interno dell’ambito LGBTQ+ assegnare a ogni personaggio un aspetto caucasico di default - per farne un prodotto più appetibile al pubblico (caucasico) – è ancora più grave perché esclude ulteriormente delle minoranze, che già fanno parte della minoranza. La cultura e la comunità gay più mainstream centralizzano e privilegiano infatti le identità queer e trans bianche rispetto a quelle dei non bianchi LGBTQ+, alimentando le differenze tra i suoi stessi membri e le discriminazioni.
Il white privilege – l’insieme di vantaggi all'interno della società concessi alle persone bianche, escludendo di conseguenza la black community e le diverse etnie che non rientrano nella definizione di bianchi occidentali - funziona allo stesso modo negli spazi queer come altrove. Accade così che istituzioni e marketing utilizzino individui, ideologie, pratiche che si rivolgono principalmente o esclusivamente ai desideri dei bianchi, senza tener conto dei bisogni o degli interessi delle persone LGBTQ+ nella loro variopinta totalità. L'impressione data dai media di una "cultura gay" monolitica, definita da una popolazione così omogenea, non è casuale ma è pericolosa soprattutto per chi non rientra nell’identikit dell’uomo bianco gay cisgender. Sono proprio gli esclusi, come gli omosessuali di colore e i transgender, ad essere i più perseguitati, nonostante molte delle battaglie vinte per i diritti gay siano state combattute da loro - vedi i moti di Stonewall. Non rappresentare questa porzione della comunità LGBTQ+ significa silenziarla ancora di più, marginalizzarla ed esporla agli attacchi maggiori.
Le persone LGBTQ+ di colore, ad esempio, hanno prospettive diverse che però rischiano di essere oscurate dalla preminenza della controparte bianca: spesso combattono per la sopravvivenza, piuttosto che per l'uguaglianza matrimoniale. Questo non vuol dire che i pari diritti a livello di matrimonio non siano importanti, ma di certo non sono l'unica lotta in cui la comunità LGBTQ+ merita di essere appoggiata. Eppure, l'inquadramento bianco prevale anche nel discorso politico, dove le voci delle persone LGBTQ+ appartenenti a minoranze non sono generalmente incluse.
Negli ultimi mesi si è fatta spazio una delle più potenti mobilitazioni globali sul razzismo sistemico della storia, che può e deve essere declinata anche sulla scala LGBTQ+, contribuendo a resettare la cultura gay più mainstream.
Chiunque decida di proporre una narrativa della comunità LGBTQ+ deve prendere atto di queste novità e differenze includendo anche le persone non caucasiche al suo interno, amplificando più voci diverse sotto il segno dell’inclusività – quella vera però. Nella pratica brand e governi dovranno impegnarsi di più, aiutando i membri più svantaggiati della comunità a migliorare la propria condizione, attraverso i propri prodotti o servizi; o alleandosi (anche finanziariamente) con associazioni che supportano la causa, portando l’attenzione sulle battaglie più importanti. In poche parole, dimostrando che LGBTQ+ non è solo una sigla arcobaleno di facciata, ma una comunità che è giusto valorizzare e promuovere in tutti i suoi colori.